Blog di Gianfranco Leonarduzzi

Bisogna esporsi (questo insegna il povero Cristo inchiodato?), la chiarezza del cuore è degna di ogni scherno, di ogni più nuda passione...(questo vuol dire il Crocefisso? sacrificare ogni giorno il dono...sporgersi ingenui sull'abisso). PPP

giovedì 19 novembre 2009

LA FABRICHE DAI PREDIS OGGI LA SECONDA PARTE DEL TREDICESIMO CAPITOLETTO

Raccogliendo le parole di Monsignor Andrea Bruno Mazzocato :"Questo è un tempo stimolante per la formazione delle coscienze...", questo blog si industria a pubblicare un capitolo al giorno del libro tutt'ora censurato da parte della curia udinese "La fabriche dai predis" di Pietrantonio Bellina. Un modo per diffondere attraverso i moderni mezzi di informazione un'opera di grande valore letterario e la retta intenzione di un uomo che mira alla verità.Le notizie di attualità occuperanno la colonnina di destra

(trad. Gianfranco Leonarduzzi)


SEGUE DAL CAPITOLO PULIZIA E SANTITA'




Ladri nel santuario


La questione dei lavabi mi riporta a un brutto ricordo, un fatto che mi è capitato nei primi anni. Penso in seconda. Come tutti i poveri di questo mondo, anch'io speravo di essere come gli altri, almeno nelle cose possibili. E fra le cose possibili io ci mettevo anche un orologio da polso. Era usanza che l'orologio lo regalasse il padrino di cresima, invece il mio padrino Giobatta, trovato all'ultimo istante, era ammalato e non poteva permettersi di farmi il regalo tipico di questo sacramento, che tutti aspettavano con ansia prima e forse con maggior piacere dei sette doni che lo Spirito Santo s'impegnava a darci quel giorno. Perciò il regalo mi è giunto dal padrino di battesimo, Valentino che lavorava in Svizzera. Ce l'ho ancora davanti agli occhi: un bell'orologio piatto e pure quadrato, una vera rarità.
I primi giorni lo guardavo mille volte e lo tenevo come una reliquia. Non l'avrei tolto dal polso nemmeno per tutto l'oro del mondo. Eppure ci sono certi momenti che bisogna toglierlo. Uno di questi era quando si andava giù nei sotterranei a lavarsi. Infatti un bel, anzi un brutto, giorno siamo scesi giù per lavarsi i piedi nei lavabi e ho appoggiato l'orologio accanto a me, per terra. Scaduto il tempo, ci siamo alzati in fretta per lasciare lo spazio agli altri.
Giunto in classe , come al solito guardo l'ora e mi sento cadere la vita: non ho più l'orologio
. Cerca di qua, domanda di la, nessuno sa niente. Ragionandoci sopra, mi sono reso conto che l'orologio poteva essere sparito solo nel momento in cui lo avevo tolto dal polso e dunque nel luogo dove ci siamo lavati i piedi. E poteva avermelo rubato solo uno dei due che stava da una parte e dall'altra di me. Loro però negavano con forza. Piangendo, sono andato dal rettore Bearzotti e lui in realtà si è impegnato, ha fatto appelli, ha chiesto informazioni fino a quando hanno saputo che l'orologio me lo aveva rubato un mio compagno, nativo di Codroipo, che subito dopo è stato allontanato dal seminario. Ha confessato ma l'orologio non l'ho più visto. O che l'aveva rotto, oppure lo aveva nascosto a casa. Il rettore si è fatto dare i soldi e mi ha comprato un orologio rotondo, grande come una cipolla, ma che non ha mai funzionato bene. Una porcheria. Così sono rimasto indietro, senza orologio.

La predica di un santo


Nell'inverno successivo, quando il mio padrino è rientrato a casa per le feste, sono andato a salutarlo, mi ha chiesto di mostrargli l'orologio e io ho dovuto fargli vedere la patacca che mi avevano rimborsato. Ha iniziato a incenerirmi di bestemmie, a dirmi che i preti sono tutti ladri e puttanieri, a chiedermi in quale casino fossi capitato..."Ben ti sta-urlava-! Potevi fare a meno di andare con quella banda di ladroni che venderebbero a pezzettini anche Gesù Cristo per soldi! E io rodermi la salute nei cantieri e dormire nelle baracche come gli zingari!".
Ma l'affetto ha prevalso sulla rabbia: Quando è ritornato, aveva una bella sorpresa: un'altro orologio, forse più bello del precedente. Nel consegnarmelo, soffriva, perchè aveva un tumore che gli rodeva lo stomaco.
Infatti è morto pochi mesi dopo. Ma le sue parole le sento ancora nelle orecchie e nel cuore, a distanza di oltre quarant'anni:"Questo è il secondo e ultimo orologio che ti regalo. Se ti rubano anche questo, ti devi rassegnare ad andare a guardare l'ora nei coglioni del papa!".

martedì 17 novembre 2009

LA FABRICHE DAI PREDIS OGGI LA PRIMA PARTE DEL TREDICESIMO CAPITOLETTO

Raccogliendo le parole di Monsignor Andrea Bruno Mazzocato :"Questo è un tempo stimolante per la formazione delle coscienze...", questo blog si industria a pubblicare un capitolo al giorno del libro tutt'ora censurato da parte della curia udinese "La fabriche dai predis" di Pietrantonio Bellina. Un modo per diffondere attraverso i moderni mezzi di informazione un'opera di grande valore letterario e la retta intenzione di un uomo che mira alla verità.Le notizie di attualità occuperanno la colonnina di destra

(trad. Gianfranco Leonarduzzi)


PULIZIA E SANTITA'


Santi e sudici o puliti e peccatori?

La questione della pulizia personale è stata un punto dolente nella tradizione ecclesiatica. Si sapeva che era necessaria per la salute fisica ma rischiava di compromettere la salute dell'anima. E considerando che l'anima è superiore al corpo, un pò come il papa che è responsabile del bene spirirtuale e per ciò superiore all'imperatore, che ne è a sua volta responsabile delle faccende materiali (teoria mai smentita di Bonifacio VIII che prende spunto dal paragone fra il sole e la luna), dovendo scegliere fra i due beni, il cristiano e forse di più il religioso e il prete, si è costretti a scegliere la pulizia interiore, a scapito della pulizia esteriore.
Non mancano casi di santi che si sono lavati per la prima e ultima volta solo quando la comari li ha messi nel secchio appena nati. Certi padri del deserto misuravano la loro santità dal numero degli insetti e pidocchi che avevano addosso. Benedetto Labre, un santo del seicento che andava pellegrinando da un luogo all'altro, dormendo nelle stalle e cercando la carità, chiamava le pulci e i pidocchi "i miei amici", "i miei angeli", i mei benefattori". Secondo lui, più il corpo era maltrattato e ripugnante, più l'anima splendeva.
Del resto, anche nella chiesa stavano prendendo piede le conoscenze e le esigenze sacrosante dell'igiene e della salute. Da quel periodo si è iniziato ad allentare i divieti un pò alla volta senza troppa fretta e convinzione. Così anche le anime consacrate e coloro che vivevano nel seminario e nei conventi hanno conosciuto e usato molto di più sia l'acqua che il sapone. Con mille precauzioni e come un male che non si poteva evitare.

La geografia del corpo


I maestri di spirito hanno stabilito delle regole fondamentali. Innanzitutto gli occhi bassi. Per lavarsi non occorre guardarsi e tantomeno guardare i vicini. Si doveva approfittare di quel momento per intensificare le giaculatorie, ovvero quelle espressioni spirituali brevi e immediate che si levavano verso il cielo come delle frecce (jaculum=frecce). Si doveva alzare la manica quel tanto che bastava e non un millimetro in più. A Padova addirittura i chierici erano costretti a togliersi e mettersi i calzoni sotto le coperte e a lavarsi con la tonaca addosso. Ma il problema vero non era il viso, il collo o le braccia. IL problema nasceva quando bisognava lavarsi le parti basse. La geografia del corpo, secondo i maestri di spirito, si divide in parti oneste e meno oneste e sono queste quelle che creano maggiori perplessità. Allora occorre lavarle il meno possibile e più in fretta. Quando ci si lava quelle parti, è necessario pensare alla morte, all'inferno, a Gesù sulla croce. Per risolvere il primo problema, in seminario si alternava, una settimana alla volta, il pediluvio con il bagno completo. In pratica si faceva il bagno completo ogni quindici giorni. I piedi invece, si potevano lavare più spesso a causa del sudore e della puzza, che potevano dare fastidio anche alle anime ormai incamminate sul sentiero della santità.

Acqua fredda per spegnere le pulsioni



Per il bagno completo, sia a Castelliere che a Udine, avevano provveduto con le docce. Una ventina per oltre duecento o trecento allievi. Occorreva dunque fare in fretta. Per salvare la castità e per salvare la carità e la giustizia distributiva. Avevano messo anche due vasche, ma quelle erano riservate ai più malati e moribondi che non amavano gli scherzi. La truppa doveva accontentarsi delle docce. C'erano dieci minuti a testa: cinque minuti per lavarsi con il sapone e cinque per il risciacquo.
Scaduto il tempo, il responsabile, che a Udine era sempre Sandro Belliato, faceva correre l'acqua fredda, in modo che se qualcuno avesse avuto la cattiva idea di dedicare un pò di tempo alla pulizia delle parti meno oneste, rischiava non solo la dannazione eterna ma anche una buona polmonite. Se non fosse un sacrilegio per la diversità della situazione e di matrattamenti, ti verrebbe da pensare alle docce che gli ebrei facevano sotto i tedeschi. Per dare un'idea di grande intelligenza e pratica dei progettisti e dei committenti, basta dire che le docce non erano sistemate quattro-cinque per dormitorio ma tutte sottoterra, in modo che, per lavarsi, si doveva fare tre o quattro piani a scendere e altrettanti a salire. Inzuppati come Calimero.

sabato 14 novembre 2009

LA FABRICHE DAI PREDIS OGGI LA SECONDA PARTE DEL DODICESIMO CAPITOLETTO

Raccogliendo le parole di Monsignor Andrea Bruno Mazzocato :"Questo è un tempo stimolante per la formazione delle coscienze...", questo blog si industria a pubblicare un capitolo al giorno del libro tutt'ora censurato da parte della curia udinese "La fabriche dai predis" di Pietrantonio Bellina. Un modo per diffondere attraverso i moderni mezzi di informazione un'opera di grande valore letterario e la retta intenzione di un uomo che mira alla verità.Le notizie di attualità occuperanno la colonnina di destra

(trad. Gianfranco Leonarduzzi)

SEGUE DAL CAPITOLO "IL TERRIBILE QUOTIDIANO"


Regole per i carcerati


Riporto una parte del capitolo IV del regolamento che tratta della disciplina. Inizia con una lista di Regole generali.
"61.- La prima di tutte le regole, quella che sola rende facile e meritoria la osservanza di tutte le altre è di fare ogni cosa ingiunta sempre volentieri, mai per forza.
"62.- Essendo la vita del sacerdote vita di sacrificio, preghi ognuno il Signore di concedergli un vero amore al sacrificio. Mostrerà di avere spirito di sacrificio quel giovane che sopporterà pazientemente i piccoli incomodi della vita comune e che si uniformerà allegramente non solo ai comandi, ma ancora ai desideri dei superiori.
"63.- Sarà data importanza al silenzio nei tempi stabiliti, perchè, ben praticato, conferisce moltissimo al raccoglimento e quindi alla virtù e allo studio.
"64.- A ciascuno verrà assegnato un posto iniscuola, in refettorio, in cappella, nelle file, ecc.; posto che verrà mutato di tanto in tanto per promuovere e conservare la mutua carità.
"65.- Si stabilirà un orario che regoli gli atti in comune, tanto per i giorni di scuola quanto per quelli festivi e di vacanza. Esso rimarrà esposto, perchè tutti possano averne conoscenza e fedelmente osservarlo.
"66.- Tutti indistintamente gli alunni saranno tenuti ad intervenire con puntualità agli atti in comune, dai quali potranno essere eccezionalmente dispensati solo dai Superiori per cause particolari.
"67.- E' severamente proibito portarsi a un luogo all'altro senza motivo sufficente e riconosciuto dai Superiori.
"68.- Resta sempre proibito agli alunni di accedere ala portineria o al refettorio fuori orario, o di portarsi dalle Suore.
"69.- La mattina, al segno della levata, fatto il segno della Croce, si alzeranno subito tutti, si vestiranno con la massima modestia, faranno la debita pulizia della persona e degli abiti e rassetteranno il proprio letto: in ogni cosa saranno esatti o lesti, procurando di compiere tutto nel tempo assegnato.
"70.- Dopo le orazioni della sera tutti si ritireranno i silenzio e in buon ordine nei loro dormitori o nelle loro camere, ed un quarto d'ora dopo ognuno si troverà coricato, fatta eccezione degli alunni di teologia che potranno ritardare di mettersi a riposo fino alle dieci, ora in cui devono aver spenta la luce.
"71.- Nei dormitori sarà rigorosamente osservato il silenzio e nessuno potrà allontanarsi dal proprio posto. Nessuno potrà entrare nelle camere altrui per alcun motivo, né uscire dalla propria stanza se non per vera necessità.
"72.- Avranno cura di tutte le cose del Seminario e useranno ogni riguardi per i mobili, utensili, pareti, porte, finestre od altro, poichè appartengono a un'Opera Pia. Chiunque danneggerà queste cose, dovrà ripararne i danni.
"73.- Dovunque e sempre risplenderà nei Chierici la virtù della modestia, singolare ornamento della gioventù e ne daranno esempio nel contegno, nel portamento, sempre e dappertutto, principalmente in Chiesa, in dormitorio e nei luoghi pubblici. Devono i Chierici acquistare e conservare sempre la padronanza dei propri sensi, massime degli occhi".

Il primo segnale


Il "terribile quotidiano", ovvero la giornata tipica di un seminarista dei miei tempi, iniziava alle sei meno un quarto del mattino. Questo valeva per i ragazzi di undici anni ancora in fasce e per i teologi di ventiquattro anni già pronti a partire per il lavoro a tempo pieno nella vigna del signore. Ci svegliava un altoparlante che trasmetteva una canzone religiosa. La domenica ci si svegliava mezz'ora dopo e la musica poteva essere anche profana, come le quattro stagioni di Vivaldi oppure una sinfonia di Beethoven. L'altoparlante, come la campana, rientrava fra le voci di Dio e si doveva ascoltarlo con la stessa attenzione come se fosse stato Dio in persona a chiamarci.
Al primo segnale, il buon seminario saltava giù dal letto magari ancora mezzo addormentato. Fermarsi, anche solo un attimo sotto le coperte, al calduccio, non era la maniera più adatta per iniziare la giornata. Le anime più timorose lo avrebbero preso per una imperfezione e, se fatto con malizia, per un peccato veniale. Se il fatto si ripeteva anche durante il giorno, era chiaro che quel chierico non aveva la vocazione. E' preferibile rimandarlo da dove è venuto, con i dormiglioni e con i dannati del suo paese.
Si aveva a disposizione venti minuti per andare al bagno, provvedere alla pulizia personale, fare il letto, pulirsi le scarpe, lavarsi bene col sapone e l'acqua fredda anche le orecchie e lavarsi i denti con il dentifricio, cosa che per la maggioranza di noi era una novità o una stranezza. Fino ad allora si aveva risolto la pratica della pulizia dei denti con una foglia di salvia o di menta. In cancelleria avevamo lo stretto necessario, non la quantità di oggi, con mille qualità diverse. Per lavarsi i denti avevamo il Colgate. Costava duecento lire. Un giorno, un nuovo allievo di Cornino, Leo Molinaro, è stato mandato dal prefetto a comprarsi il dentifricio, che non ne aveva. Ha chiesto un tubetto. Il chierico più adulto gli ha chiesto:"Colgate?". L'altro gli ha chiesto: "Quanto costa?". "Duecento lire" gli ha risposto il bottegaio. "Allora me lo dia senza" ha sospirato l'ingenuo Leo, che possedeva solo centocinquanta lire. Pensava che esistessero tubetti "col-gate" o senza, più a buon prezzo.

venerdì 13 novembre 2009

LA FABRICHE DAI PREDIS OGGI LA PRIMA PARTE DEL DODICESIMO CAPITOLETTO

Raccogliendo le parole di Monsignor Andrea Bruno Mazzocato :"Questo è un tempo stimolante per la formazione delle coscienze...", questo blog si industria a pubblicare un capitolo al giorno del libro tutt'ora censurato da parte della curia udinese "La fabriche dai predis" di Pietrantonio Bellina. Un modo per diffondere attraverso i moderni mezzi di informazione un'opera di grande valore letterario e la retta intenzione di un uomo che mira alla verità.Le notizie di attualità occuperanno la colonnina di destra

(trad. Gianfranco Leonarduzzi)

IL "TERRIBILE QUOTIDIANO"


Come l'orologio dell'inferno


Nel 1962 il premio Nobel russo Solzenicyn ha pubblicato uno dei suoi grandi libri-denuncia sulle barbarie del regime stalinista. Lo ha intitolato significativamente "Una giornata di Ivan Denisovic". Per rendere l'idea della monotonia mortale in un campo di lavori forzati, gli era sufficente raccontare una giornata. Il resto dei giorni era sempre uguale moltiplicato per cento, per mille, per diecimila. Tolto il tempo, o meglio la successione del tempo, togli la novità, la curiosità, la speranza in un cambiamento, si riduce l'uomo a una macchina che compie sempre le stesse cose fino a che le forze glielo permettono e cade sfinito perchè nemmeno se ne accorge più di vivere. E' il sistema più rapido per uccidere la tua coscienza e dunque la tua anima.
IL mio sacerdote di Venzone, quando ci teneva lezioni di dottrina, prima del Vespero, ci raccontava che nell'inferno c'era un grande orologio che, invece di battere le ore come tutti gli orologi di questo mondo, faceva continuamente "Sempre, mai, sempre, mai". Come dire: sempre chiusi mai fuori, sempre penare e mai godere, sempre buoi e mai luce. Era questa immobilità di un tempo senza tempo uno dei tormenti principali di quella pozzanghera incendiata di fuoco e zolfo.
A Rivalpo conoscevo un uomo strano di nome Guizardo. La gente lo chiamava "il profeta". Aveva manie religiose ma non faceva del male nemmeno a una mosca. Quando la domenica arrivavo a Treli, lui mi aspettava sulla porta della chiesa di San Martino, in ginocchio con in mano un grande Cristo. Voleva confessarsi in presenza di tutti. Gli chiedevo: "Che peccati avete commesso Guizardo?". E lui mi rispondeva :" Quelli, sempre quelli, mai solo quelli".

Asfissiante continuità

Mi sono venuti in mente questi ricordi pensando agli anni eterni del seminario. Tredici, se non si subiva la disgrazia di essere ripetenti o di essere cacciati. Sono entrato a undici anni, che non avevo ancora sviluppato il mio corpo e sono uscito a ventiquattro, nella pienezza della gioventù, facendo ogni giorno le stesse cose, ascoltando le stesse parole e le stesse prediche, respirando lo stesso clima del convento, vedendo le stesse facce. E' questa la forza ma anche la debolezza delle istituzioni ecclesiastiche: una continuità che ti da il senso della storia e dell'eternità ma che ti da anche un senso di muffa, di marcio, di morte. La tradizione è un elemento sacrosanto solo se è capace di rinnovarsi continuamente in ciò che va rinnovato. Altrimenti diventa una trappola e un suicidio.
Per rendere l'idea di questa asfissiante continuità del seminario, mi basta l'esempio di Don Giobatta Compagno, sacerdote di Grions, classe 1906, consacrato nel 1935 nel pieno della campagna africana, ha avuto il mio stesso Rettore, fantini, il mio stesso Padre spirituale Peressutti, gli stessi libri di dogmatica, di morale e di diritto, lo stesso orario, le stesse devozioni e regole e perfino lo steso menù. Il giorno dopo che io sono entrato in seminario, che era un mercoledì, a mezzogiorno ci hanno dato la pastasciutta. L'ultimo mercoledì di giugno del 1965 abbiamo mangiato pastasciutta. Può essere che l'abbia fatta bollire la stessa suora. Sono sicuro che a controllare il pasto era lo stesso economo.

Estraniati da tutto

Ho chiesto una volta a Mons. Remo Tosoratti, classe 1922, che lo abbiamo avuto vicerettore a Udine e successivamente rettore a Castelliere:" Nei vostri anni di seminario, dal 1932 al 1945, sapevate che in Italia comandavano i fascisti?". "No-ha risposto-. Avevamo abbastanza da fare, dovevamo studiare e pregare. Abbiamo saputo qualcosa della guerra in Abissinia solo perchè ci hanno imposto delle ore di adorazione per la vittoria dei nostri soldati in Africa, ma noi non conoscevamo il motivo per cui erano andati a combattere né chi dovevano uccidere. Sapevamo solo che avevano ragione e che si doveva pregare senza fare domande. Abbiamo saputo della seconda guerra mondiale a causa delle restrizioni economiche e dei bombardamenti che hanno provocato la morte di tre chierici e distrutto gran parte del seminario. Ma noi non eravamo interessati alla politica. Pensavamo solo a prepararsi". Prepararsi a che cosa se non conoscevate nulla dei ribaltoni che avvenivano nel mondo?.
La questione di questa eterna ripetitività, che rischiava di spezzarti le ali dell'anima e di tutta la tua creatività, la conoscevano anche coloro che l'avevano inventata. Era stata inventata per una esigenza di comodo, come di comodo è la vita normale della gente, sia in casa che nel lavoro. Occorre mantenere una certa regolarità, continuità, abitudinarietà. Fa parte della vita è una condizione di vita, come il battito regolare sempre uguale del cuore, il battere e ribattere delle onde, la successione ordinata delle ore del giorno, dei giorni di una settimana, dei mesi e delle stagioni dell'anno, come anche delle stagioni della vita.


Mistificazione della ripetitività


Sapevamo che nel cuore e nella nervatura dei seminaristi si formava molta forza negativa e una specie di tensione, condannati a vivere in gabbia e sempre con gli stessi compagni, come gli uccelli. Allora hanno cercato di dare un valore educativo, formativo e ascetico. La strada che conduce in paradiso non passa per lo straordinario ma per l'ordinario e non è importante ciò che si fa, ma il modo in cui lo si fa. Perciò una cosa ordinaria può diventare straordinaria se la si compie in maniera straordinaria. I grandi santi non si sono santificati compiendo le azioni più schiette e banali? Gesù Cristo non ha scelto di passare tutta la sua vita nascosto a Nazareth, nel lavoro e nell'ubbidienza e solo gli ultimi tre anni li ha dedicati alla vita pubblica?
La santità autentica giace nel pregare, tacere, ubbidire, mortificarsi, umiliarsi. La prova della virtù e della santità di una persona non sta negli episodi eclatanti ma nella fedeltà silenziosa, discreta, convinta alle regole di ogni giorno. Se un uomo sa affrontare bene il "Terribile quotidiano" è un santo di grande santità. Sarà il Signore a mettere in luce i suoi meriti e a palesare la sua grandezza. Lui deve preoccuparsi solo di sparire, di perdersi in Dio e nelle opere di Dio.

giovedì 12 novembre 2009

LA FABRICHE DAI PREDIS OGGI L'UNDICESIMO CAPITOLETTO

Raccogliendo le parole di Monsignor Andrea Bruno Mazzocato :"Questo è un tempo stimolante per la formazione delle coscienze...", questo blog si industria a pubblicare un capitolo al giorno del libro tutt'ora censurato da parte della curia udinese "La fabriche dai predis" di Pietrantonio Bellina. Un modo per diffondere attraverso i moderni mezzi di informazione un'opera di grande valore letterario e la retta intenzione di un uomo che mira alla verità.Le notizie di attualità occuperanno la colonnina di destra.

(traduzione di G.Leonarduzzi)


CATALOGAZIONE E SISTEMAZIONE


Partiti in settantacinque

Appena una persona entra in carcere, per prima cosa gli tolgono tutto ciò che possiede di personale, gli danno un numero, gli prendono le impronte del pollice e gli fanno la fotografia. Poi lo portano in cella e lo chiudono a chiave. Si tratta di una usanza di ordinaria amministrazione che per l'interessato può anche essere traumatica.
Partiti i genitori fra pianti, strilli e raccomandazioni, gli oltre duecento seminaristi si sono trovati sotto la diretta responsabilità dei moderatori: rettore, vicerettore, prefetto e assistente per la parte disciplinare; professori per la parte culturale; padre spirituale per la formazione interiore. Rettore era don Antonio Bearzotti, ma il contatto immediato con noi e la responsabilità diretta ce l'aveva il vicerettore don Vanni Copoletto. Aveva appena celebrato la messa ed era nel fior fiore dei suoi 23 anni. Era vestito elegantemente, sicuro di sè come un Gauleiter, orgoglioso di dirigere una folla così grande, cosciente di impegnarsi per il bene della chiesa e di essere i più adatto a educare queste piantine tenere che, nella retorica ecclesiatica tradizionale, erano considerate "la pupilla degli occhi del vescovo".
La prima cosa è stata quella di intrupparci ognuno con la propria classe. In quell'anno siamo entrati in 75 e la Vita Cattolica aveva pubblicato un articolo con una domanda tremenda:" Siamo partiti in 75. In quanti arriveremo alla meta?". Nessuno immaginava che la nostra avventura si sarebbe trasformata in una disfatta di Caporetto, con solo 9 seminaristi arrivati in fondo. Poichè eravamo in tanti e poche stanze, ci hanno suddivisi per classi e per sezioni, anche di quaranta allievi ciascuna. Io ero in prima B.


In fila e in ordine


Entrati in classe il prefetto ci ha messi in fila, a seconda dell'altezza. Da quel momento dovevamo sempre marciare in fila e ognuno doveva rispettare il proprio posto, fisso. Sempre il prefetto sceglieva l'ordine dei banchi che si doveva accettare senza discutere. Anche in chiesa il posto del banco era fisso, secondo l'ordine della fila, ordine che si ripeteva anche nel refettorio.
L'ordine della fila o di posto cambiava ogni anno e ogni trimestre, per evitare (lo abbiamo saputo solo dopo) quel flagello tremendo che si chiamava amicizia particolare. Vivendo troppo vicini e per troppo tempo, vi era il pericolo che nascesse una simpatia e una confidenza più grande con il vicino di pasto, a scuola, in chiesa e magari anche in camerata. Il vero seminarista doveva comportarsi in modo uguale con tutti, senza parzialità o differenze. Se era permessa una differenza veniva concessa solo con i più antipatici, che si doveva sopportarli e star loro vicino per amore di Dio. Perlatro il padre spirituale ci ripeteva spesso le parole di San Domenico Savio: "I miei amici saranno Gesù e Maria" e "La morte ma non peccati". Essendo morto all'età di tredici anni è evidente che questo santo, cresciuto nella scuola di Don Bosco, quando parlava di peccati, non intendeva né uccidere né rubare ma quelle piccole cose che si fanno per curiosità o per gioco tra fanciulli e che però diventano un pericolo mortale di ogni vita chiamata a una donazione perfettamente e integralmente casta.

La lista dei libri prescritti

La prima sera, o una delle prime, si doveva scrivere la lista dei libri di testo. In un secondo foglio si doveva elencare i libri "estranei alla scuola", secondo il regolamento.
"Art. 43.- Ogni alunno, all'inizio dell'anno scolastico, farà tenere al Rettore l'elenco dei libri da lui posseduti; e nel corso dell'anno nessuno potrà acquistare o ricevere libri senza espressa licenza del Rettore. Art. 44.- E' proibita la lettura dei giornali e periodici, fatta eccezione di quelli che, a giudizio di Mons. Arcivescovo, giovino alla formazione ecclesiastica. Art.45.- Queste prescrizioni si devono ritenere della massima gravità: e però, chi trattenesse libri non compresi nell'elenco, chi leggesse o facesse circolare furtivamente libri, periodici o giornali, commetterebbe grave mancanza che esporrebbe il colpevole ad un serio castigo, non escluso, in qualche caso, anche il licenziamento dal Seminario".
In seconda mi è sembrato naturale portare due libri di avventure che il mio padrino Giobatta mi aveva prestato. Si trattava de "Il pilota del danubio", di uno scrittore tedesco e "Il padrone delle ferriere" di Georges Ohnet. Non ho idea se fossero sporchi o puliti perchè non avevo ancora iniziato a leggerli. So solo che, come un ingenuo, li ho elencati sul foglio invece di rimandarli a casa. Me li hanno sequestrati e il mio padrino ha avuto solo dispiaceri con quel signore he glieli aveva dati per leggerli. Si poteva anche fare i furbi e non scrivere nulla sul foglio, ma io cercavo di obbedire in coscienza, consapevole del fatto che il demonio aspettava l'occasione buona per ingannarci e impantanarci al punto che non si poteva più uscirne fuori. Ritenevo normale raccontare tutto e non nascondere nulla. Una ingenuità che mi è stata fatale.

mercoledì 11 novembre 2009

LA FABRICHE DAI PREDIS OGGI LA SECONDA PARTE DEL DECIMO CAPITOLETTO

Raccogliendo le parole di Monsignor Andrea Bruno Mazzocato :"Questo è un tempo stimolante per la formazione delle coscienze...", questo blog si industria a pubblicare un capitolo al giorno del libro tutt'ora censurato da parte della curia udinese "La fabriche dai predis" di Pietrantonio Bellina. Un modo per diffondere attraverso i moderni mezzi di informazione un'opera di grande valore letterario e la retta intenzione di un uomo che mira alla verità.Le notizie di attualità occuperanno la colonnina di destra.

(traduzione di G. Leonarduzzi)

DAL CAPITOLO "CASTELLIERE"

Santa autarchia

All'interno del seminario avevamo tutto: la cappella dei seminaristi, la cappella dei professori, la cappella delle suore, la biblioteca, la cancelleria dove si poteva acquistare quello che ci serviva per la scuola e il barbiere. Dietro l'edificio c'erano le porcilaie, il regno di Augusto detto Gusto. Ascoltavamo i maiali grugnire e avevamo diritto ai cotechini e qualche insaccato, oltre naturalmente al fetore. I resto, ovvero la parte migliore del maiale, era destinato ai moderatori e ai professori.
I dormitori erano molto grandi, in un angolo vi erano le tende deve dormivano e studiavano i chierici che avevano la funzione di prefetto e di assistenti. Ogni dormitorio aveva una fila di lavandini e di gabinetti, i comunione. Il dormitorio più grande, quello di san Paolino, aveva settantacinque brande. Gli altri erano più piccoli. All'ultimo piano c'era anche una piccola cameretta di otto posti letto destinata ai cosidetti "pompieri". I pompieri erano i seminaristi che facevano la pipì a letto. Li mettevano a dormire tutti assieme e alla mezzanotte un prefetto li svegliava per fargli fare la pipì (spandere l'acqua), alle volte l'incaricato arrivava o troppo tardi o proppo presto e così le lenzuola erano intonse di "carte geografiche" . Per cercare di rimediare, alla sera prendevano il "vitto secco", ovvero mangiavano all'asciutto, il formaggio al posto della minestra. Anch'io per un periodo ho mangiato "a secco", per ragioni di stomaco e non di vescica. Avevo la porzione del formaggio ma c'era sempre qualcuno che mi passava il suo piatto di minestra. A dire il vero ho tante riserve sul seminario, ma in fatto di spesa sarei un asino a lamentarmi. Quando avevo avuto a casa un primo, un secondo e la frutta?
Una cosa bella di quel seminario era un grande cortile lungo e largo come tutte le due ali e più su, la pinetina con il campo da calcio. Non sono mai stato uno sportivo o un giocatore di calcio ma mi piaceva tutto quello spazio circondato da una folta siepe che comunque non ti impediva di osservare le colline del Friuli e, in lontananza, la splendida catena dei nostri monti. Provavi quel senso di infinito che scrive Leopardi, anche lui prigioniero nel suo palazzo nobiliare. Forse è la condanna o l'illusione di tutti coloro che si trovano in gabbia: di vedere che la vita inizia proprio oltre la gola, oltre la finestra, oltre il muro o oltre la siepe.

Come un gatto smarrito


Del primo impatto con la nuova realtà ricordo soprattutto la grandezza dei locali, con i corridoi che non finivano mai, con i cortili affollati di giovani e di sacerdoti, con la schiera di brande nei dormitori, con tante fila di tavoli nel refettorio, con tanti lavabi nello scantinato, io che ero abituato a dormire con i miei fratelli, tre in un solo letto e a mangiare con la scodella o il piatto sulle ginocchia, a vivere in sette in una cucina e tre camerette, a lavarmi nel secchio e asciugarmi nella stalla accanto alla coda delle mucche.
Inoltre, essendo timido per natura anche se tanti non mi credono e costretto a vivere i un angolo o addosso a un muro, mi sentivo impaurito come un pulcino senza voce o un gattino in mezzo a una strada sconosciuta e ostile. Nel seminario, come nel giorno delle Pentecoste o nella torre di Babele, si sentiva parlare in friulano, in carnico, in arzino, in slavo, in italiano anche se l'unica lingua permessa era l'italiano, come obbligava l'articolo 100: "Dovranno con tutti e sempre parlare correttamente la lingua italiana". Tutti parlavano e nessuno ti ascoltava né s'interessava di te.

Povero, abbandonato, solo


Mia madre ha velocemente portato giù la biancheria e ammassata in un angolo della portineria, aveva fretta perchè doveva rientrare a casa a mungere e a seguire marito e figli. Ha avuto il tempo di raccomandarmi di fare il bravo, di obbedire e di non dare dispiaceri, mi ha baciato in fretta ed è partita velocemente verso Branco, a prendere il tram che l'avrebbe portata fino a Tricesimo dove c'era la coincidenza per Venzone. Non aveva mangiato nulla poichè le faceva male il camion e senza neanche il tempo di fare pipì perchè in portineria non avevano nemmeno i bagni per i parenti. Ce n'era uno solo a Udine con trecento chierici che avevano almeno un genitore a testa.
Appena mia madre se n'è andata, se n'è andata anche la sorpresa per la grandezza e la novità del luogo e mi sono sentito il bambino più abbandonato, povero e disperato di questo mondo. Avevo provato una simile disperazione solo quando mia madre mi aveva accompagnato al'asilo e mi aveva lasciato con le suore e con i bambini dispettosi di Venzone. Sento ancora il sapore salato delle lacrime e mi ricordo del muco che mi scendeva dal naso e che cercavo di succhiarlo con la lingua, per non dimostrare di essere maleducato.
So che un esperienza del genere può capitare, presto o tardi, a tutti nella vita e che, in fondo è una lezione dura ma salutare. Ma non per questo la ferita del cuore è meno profonda e il dolore meno lancinante. Penso di aver sepolto quel giorno la parte più bella, fresca e fantasiosa della mia prima stagione di vita. Non ero più bambino, non ero più "normale", perchè prendevo una strada che si allontanava sempre di più dalla strada naturale degli uomini. Ero un piccolo prete di nido che doveva morire per sempre agli occhi del mondo e alle sue fastosità, per fiorire in pienezza nel giardino dei servitori di Dio chiamati per nome come Aron e i profeti

martedì 10 novembre 2009

LA FABRICHE DAI PREDIS OGGI LA PRIMA PARTE DEL DECIMO CAPITOLETTO

Raccogliendo le parole di Monsignor Andrea Bruno Mazzocato :"Questo è un tempo stimolante per la formazione delle coscienze...", questo blog si industria a pubblicare un capitolo al giorno del libro tutt'ora censurato da parte della curia udinese "La fabriche dai predis" di Pietrantonio Bellina. Un modo per diffondere attraverso i moderni mezzi di informazione un'opera di grande valore letterario e la retta intenzione di un uomo che mira alla verità.Le notizie di attualità occuperanno la colonnina di destra.

(Traduzione di G. Leonarduzzi)

A CASTELLIERE

Anni di abbondanza

Descrivo i tempi della seconda metà del secolo scorso e non quelli di Pio IX. Eppure sembra che siano passati secoli, come se si parlasse di un altro mondo. So che è molto difficile farsi un'idea di una cosa della quale non si è avuta esperienza, ma questo è sempre successo nella vita. E' per questo che cerco di raccontare la mia storia. Per convincere me che si tratta di una cosa vera e non di una invenzione; per non disperdere un esperienza che ha assorbito buona parte di me, la parte formativa, della mia vita; per aiutare gli altri a farsi un'idea su questa realtà poco conosciuta anche per il fatto che si trattava di un "hortus conclusus" di un giardino chiuso da un muro fisico, psicologico e teologico.
Quando ho avuto i primi segnali della vocazione e mi sono messo in attesa per il servizio di Dio e della chiesa, mi hanno detto di preparare tutti i documenti, tutte le cose e di presentarmi il 7 ottobre del 1952 prima delle 4 del pomeriggio a Castellerio, nel seminario minore. Lì iniziava la carriera ecclesistica.
Erano anni di grande abbondanza di preti e di seminaristi, come accade in tutti quei periodi in cui mancano i soldi e non sapevano dove ospitarli. Così, dal 1952, sono stati costretti ad abbandonare il seminario minore di Cividale, troppo piccolo, per la nuova struttura sulle colline di Castelliere in comune di Pagnacco. In questo istituto c'era il ginnasio inferiore, con le scuole medie e a Udine si trovava il seminario maggiore che comprendeva il ginnasio superiore, il liceo e la teologia. A Castelliere si rimaneva normalmente tre anni, i primi e i più difficili come tutte le cose quando si incominciano. Era il luogo delle grandi decimazioni. Coloro che riuscivano ad arrivare a Udine avevano buone probabilità di completare gli studi, se non capitava qualche disgrazia.

Una definizione impossibile

Ora, passato molto tempo da quei fatti e con una visione diversa e più matura della vita e soprattutto della vita in seminario, non saprei come dare un'idea di quel luogo e di quel ambiente. Potrei pensare con cattiveria ai campi di concentramento nazisti, dove si procedeva attraverso ordini precisi e le persone perdevano anche l'identità per ridursi a un numero, oppure a una prigione , o a una caserma oppure a un collegio gestito dai preti ma più severo, o a una scuola con regole e strutture particolari. In fondo Castelliere era un pò la sintesi di tutto qusto. L'unica differenza con le strutture repressive era che nessuno ti obbligava ad entrarci, a parte qualche caso di vocazione forzata. Si era liberi di entrare, non si era più liberi una volta dentro.


Tutto uno sfoggiare


La fabbrica dei preti era una costruzione grandiosa, costruita in un posto splendido, dove i ricchi, prima di arrivarci, avevano costruito le loro ville. In fondo a una piccola discesa, tutta contornata di siepi e di alberi secolari t'imbattevi di fronte a una grande statua di pietra. Era il monumento a san Paolino di Cividale o di Premariacco, patriarca di Aquileia amico e contemporaneo di Carlo il Grande, anche se il seminario era posto sotto la protezione di San Faustino, un giovane morto martire.
Superato il monumento, si imboccava un giardino con i viali di ghiaino. Girando a sinistra si andava (per noi passaggio proibito) verso l'ala dei professori; proseguendo dritti si arrivava in portineria. Il portinaio in quegli anni era Signor Giobatta, padre di don Guido sacerdote di Villaorba. Più che un uomo era un'istituzione, perchè aveva visto entrare e uscire migliaia di seminaristi. Penso che se si potesse accatastare tutti quelli che hanno frequentato il seminario in questo secolo (1900), ne uscirebbe la popolazione non un paese ma di una piccola cittadina. Un esercito. Il signor Giobatta aveva la passione per gli uccelli e possedeva una voliera accanto al suo ufficio di lavoro.
Girando a sinistra si arrivava presso lo studio del rettore Bearzot, che riceveva nel pomeriggio. C'era l'obbligo di passare da lui almeno una volta al mese e di rispondere con schiettezza a tutte le sue domande, senza la possibilità di chiedere il motivo. Chi chiede ragione di un ordine superiore non ha nemmeno un briciolo di vocazione.
Proseguendo dritti, si entrava nel corridoio del seminario vero e proprio, con la grande sala del refettorio, le aule allineate e in fondo i gabinetti comuni. L'edificio era provvisto di scantinato, con le cantine e i lavabi per la pulizia personale, il pian terreno per le scuole, il secondo e il terzo piano per i dormitori. La cappella si trovava al terzo piano, in un dormitorio adatto per la funzione. La chiesa è stata costruita recentemente, quando noi eravamo già a Udine. E' stata utilizzata qualche anno poi è stata chiusa per mancanza di fedeli. Poi è stata riaperta poichè, a un certo punto, si sono ritrovati con due seminari troppo grandi e veniva utilizzata alternativamente in attesa che a qualcuno venisse un'idea definitiva. Ora sono tornati a Castelliere, con una filiale a Trieste, anche se, in tre diocesi e in cinque anni ci sono meno seminaristi di quelli che avevamo noi in una sola classe e in un solo anno.

domenica 8 novembre 2009

LA FABRICHE DAI PREDIS OGGI LA SECONDA PARTE DEL NONO CAPITOLETTO

Raccogliendo le parole di Monsignor Andrea Bruno Mazzocato :"Questo è un tempo stimolante per la formazione delle coscienze...", questo blog si industria a pubblicare un capitolo al giorno del libro tutt'ora censurato da parte della curia udinese "La fabriche dai predis" di Pietrantonio Bellina. Un modo per diffondere attraverso i moderni mezzi di informazione un'opera di grande valore letterario e la retta intenzione di un uomo che mira alla verità.Le notizie di attualità occuperanno la colonnina di destra.

(traduzione di G. Leonarduzzi)



La voce di Dio

A differenza delle strutture dittatoriali di destra e sinistra dove ti obbligano a rispettare le regole per ragioni di ordini esteriori e di disciplina, le regole della chiesa ti obbligano anche in coscienza. per il fatto che la chiesa è un'emanazione, una incarnazione, uno sprolungamento, una voce autentica di Dio. Disobbediendo a una regola anche stupida, in un sistema autoritario normale si rischia la carriera. Dosobbediendo a una regola stupida nella chiesa, si rischia la carriera in questo e nell'altro mondo. "Non può avere Dio per padre chi non ha la chiesa per madre". "Chi ascolta voi, ascolta me". "I superiori sono la voce di Dio". Sono le fondamenta del sistema ecclesiastico. In questo sistema così strutturato, non esiste nessuna gerarchia di valore in fatto di regole. Come in ogni regime che si rispetti, non esiste una regola grande e importante e una regola piccola e secondaria, ma tutte sono grandi e importanti. Anzi, direi che le regole più stupide sono e più si deve rispettarle, perchè solo in questo modo si può misurare il grado e la qualità di obbedienza di un dipemdente. Solo se un dipendente o un gregario o un lacchè è disposto a risponderesì anche se è no e dire no anche quando è sì ogni volta che lo ordina un superiore, concede quell'affidamento necessario per essere una buona pedina del sistema.


La testimonianza di un frate


Un giorno a Zuglio è capitato un frate cappuccino, di quelli che vanno in cerca dell'elemosina. Era friulano e successivamente lo hanno nominato prete, abbandonando così la qualifica di laico e avanzando di grado. Gli abbiamo dato da bere, lo abbiamo fatto fumare, non era abituato..., ed è partito in orbita. Ciò che ci ha raccontato del periodo di preparazione fa venire i brividi. Loro avevano il seminario serafico a Thiene nel Veneto. Ai frati facevano ripiantare le carote con la foglia in giù e la carota in su. Un giorno un frate che veniva dalla campagna e aveva lavorato nell'orto fino alla vigilia di richiudersi nel convento, si è messo a ridere e ha chiesto al superiore se gli faceva vedere l'orto dove crescevano le carote piantate in quel modo. Per tutta risposta il superiore gli ha detto che in convento non si andava per fare domande ma per ubbidire ed ha rincarato la risposta aggiungendo che era libero di ritornare a piantare carote nell'orto di suo padre. Per abituarli all'umiltà più profonda, se un frate commetteva involontariamente un danno, come rompere un piatto, lasciar cadere un cucchiaio o un pezzo di legno, per prima cosa doveva inginocchiarsi in refettorio di fronte al superiore, confessare la propria colpa e dopo compiere la penitenza pubblica. Di solito, il malcapitato era costretto a muoversi per uno o più giorni con il corpo del reato legato attorno al collo con uno spago. Naturalmente non potevano parlarsi fra loro. Se qualcuno doveva proprio chiedere qualcosa a un'altro doveva inginocchiarsi e anche l'interlocutore doveva piegare le ginocchia, possibilmente per un tempo brevissimo giusto il tempo per domanda e risposta. Non sto qui a raccontare delle penitenze corporali cui erano costretti. Ogni venerdì dell'anno e in Quaresima anche il martedì, avevano la flagellazione. In coro dopo la funzione, si spegnevano tutte le luci e ogni frate, per la durata del Miserere, doveva frustarsi le spalle, la schiena o il sedere con delle cordicelle di cuoio annodate. Naturalmente tutto avveniva al buio, per non compromettere la castità poichè praticavano la mortificazione. Erano costretti a mantenere sempre gli occhi bassi. Ci raccontava il frate che, in tutto il noviziato di Thiene, durato circa un anno e mezzo, non ha saputo nulla né di casa sua, né di ciò che accadeva nel mondo e neppure aveva mai visto il soffitto della chiesa. Infatti non saprebbe dirci com'era dipinto. Per aiutarli nella castità, al liceo consegnavano loro la scatola del tabacco di naso, che serviva per intontirli. Non saprei dire se la ragione per cui tutti i frati sono adusi al tabacco sia quella o forse solo quella.


Il superiore ha sempre ragione

Se anche in seminario non raggiungevamo quegli eccessi, il metodo non era diverso, pertanto si potrebbe scrivere sulla porta d'ingresso dei seminari ciò che si scriveva sui muri in epoca fascista: "Il superiore ha sempre ragione" e "Credere,obbedire e combattere". perchè lui è il fondamento, la giustificazione e la ragione. Occorre vedere coi suoi occhi, ascoltare con le sue orecchie, parlare con la sua bocca e ragionare con la sua testa.
Inoltre in un sistema così incatenato, non esiste autorità maggiore o minore ma ogni "ufficiale" è grande anche l'ultimo della gerarchia e il più stupido. Un'altro principio del seminario era che "l'assistente è la voce del prefetto; il prefetto è la voce del vicerettore; il vicerettore è la voce del rettore; il rettore è la voce del vescovo; il vescovo ha la voce del papa e il papa è la voce di Dio. Anzi, Dio è la voce del papa. Per cui il primo peone investito dell'autorità si sente vescovo, papa e Signore.
Questo è l'impianto, l'ingranaggio, la fabbrica dove vengono sfornati i sacerdoti.

sabato 7 novembre 2009

LA FABRICHE DAI PREDIS OGGI LA PRIMA PARTE DEL NONO CAPITOLETTO

Raccogliendo le parole di Monsignor Andrea Bruno Mazzocato :"Questo è un tempo stimolante per la formazione delle coscienze...", questo blog si industria a pubblicare un capitolo al giorno del libro tutt'ora censurato da parte della curia udinese "La fabriche dai predis" di Pietrantonio Bellina. Un modo per diffondere attraverso i moderni mezzi di informazione un'opera di grande valore letterario e la retta intenzione di un uomo che mira alla verità.Le notizie di attualità occuperanno la colonnina di destra

(Traduzione G. Leonarduzzi)

LA FABBRICA DEI PRETI


La voce del regolamento

La fabbrica dei preti si chiama seminario e seminario deriva da seminare. Dovrebbe dare l'idea di un vivaio dove vengono coltivati con tutta la passione e cura possibili, quei fiori privilegiati che Dio ha seminato nel mondo. Ma alle mie parole preferisco quelle ufficiali del "Regolamento per gli alunni dei seminari dell'Arcidiocesi di Udine", stampato nella stamperia cattolica friulana dal 1952 e che è stato il regolamento dei nostri anni.
IL primo capitolo, quello delle regole generali, inizia così :"1. Scopo dei Chierici in Seminario".
"1. Per grazia singolare della Divina Provvidenza raccolti in seminario, i Chierici devono ben comprendere il fine nobilissimo per il quale i Seminari furono istituiti e dirigere tutti i loro sforzi per conseguirlo.
"2. Il fine principale dei Sminari è di formare buoni e valenti operai per la cura delle anime da Gesù Cristo redente col Suo Sangue Preziosissimo. Il Sommo Pontefice Leone XIII di s.(anta) m.(memoria), nella lettera ai Vescovi d'Italia dell'8 settembre 1902 dice "Non si perda giammai di vista che essi (i Seminari) sono esclusivamente destinati a preparare giovani non ad uffici umani per quanto legittimi ed onorevoli, ma all'alta missione di Ministri di Cristo e dispensatori dei Misteri di Dio'.
"3. I giovani, per la loro età facili come a piegarsi al soffio delle passioni, così a drizzarsi generosamente al bene, nel lungo tirocinio della vita seminaristica, devono addestrarsi all'esercizio delle virtù anche colla guida santissima di sagge norme disciplinari. Così potranno facilmente conseguire l'alta perfezione richiesta a coloro che devono essere luce del mondo e sale della terra.
"4. Giunti al momento di decidere della vocazione, insistano nella preghiera, facciano a tale scopo qualche mortificazione e ricorrano al consiglio di persone sagge e soprattutto del loro Direttore Spirituale, riflettendo che, se grandi frutti arreca la virtù di un buon sacerdote, grandi rovine accumula la condotta, non diremo già di un ecclesiastico cattivo, ma semplicemente di un sacerdote spiritualmente ed intellettualmente inferiore al posto elevatissimo che occupa. Non cerchino di forzare la mano dell'Arcivescovo, se questi, tutto vagliato nelle debite forme, non volesse ritenerli in Seminario e ammetterli agli ordini".

La voce della poesia

"I seminaristi sono i fiori del genere umano più belli, trapiantati nella serra del Signore, per crescervi rigogliosi, riscaldati dal sole eucaristico, sotto una pioggia di grazie e sotto la vigilanza della Mamma celeste. Domani sull'altare con il loro profumo inebrieranno il cuore di Dio e saranno fascino alla virtù per tanti e tanti cuori", diceva con poetica e puntuale precisione, il libro della preghiera ufficiale. Ma se Dio ha seminato questi fiori nel mondo, perchè non lasciarli crescere e germogliare nel loro habitat naturale, dove peraltro dovranno ritornare dopo gli anni della formazione?
Il mondo è cattivo e carogna, senza principi naturali, morali e religiosi, continuamente esposto alle tentazioni e agli assalti del nemico mortale di Dio e dell'uomo, ovvero il diavolo che ripete la tattica di sempre tentando l'uomo nel suo punto debole. Il punto più debole dell'uomo è la superbia, come ci fa riflettere il passo biblico della tragedia del peccato originale. Peccato originale misterioso, ma che possiede due elementi molto chiari e significativi: l'uomo ha compiuto un atto di disobbedienza ed è stato tentato dalla donna, pericolo mortale; inoltre aveva un rapporto con la sessualità, altrimenti non sarebbero corsi a nascondersi perchè erano nudi e Dio non avrebbe nascosto le loro vergogne.


Fuggire per salvarsi


Da allora e fino a quando durerà la chiesa, ovvero fino alla fine della storia secondo la promessa di Cristo e la convinzione degli interessati, la strada della santità si sviluppa su due percorsi obbligati: l'ubbidienza e la purezza. E appurato che nel mondo la superbia regna sovrana come la sessualità più sfrenata, viziosa e satanica, è evidente che se si vuole salvarsi occorre fuggire dal mondo e affrontare la dura disciplina di domare il corpo nella sua dimensione più alta che lo avvicina a Dio, l'intelligenza e la libertà, attraverso una ubbidienza "ceca, felice e assoluta" e in quella più bassa che lo avvicina agli animali la concupiscenza e sessualità attraverso la purezza che resiste a ogni prova.
Tutto questo lo si può ottenere solo in un luogo particolare, chiuso, isolato, disinfettato, non inquinato, una sorta di cappa protettiva che ripara la piantina da ogni turbolenza. Si deve raggiungere, faticando, con la ginnastica spirituale, morale e psicologica e soprattutto di repressione, alla morte dell'uomo carnale e alla nascita di quello spirituale. Il vero prete, come il vero cristiano, deve essere morto al male e vivere solo per il bene. Questo paragone della morte è uno dei classici della spiritualità monastica clericale. Il sacerdote deve essere come un cadavere. Nel senso che i superiori possono disporre di lui e muoverlo come vogliono e lui non ndeve sentire alcun stimolo.

I seminari nati a Trento in funzione antiluterana

Non è questo il luogo neanche il momento per ripercorrere la storia dei seminari. Sono uno dei risultati più pomposi del Concilio di Trento (1545-1563), convocato e tenuto soprattutto in funzione antiluterana. La storica decisione, che ha comportato una rivoluzione nel sistema educativo e formativo dei sacerdoti, con grandi risultati e grandi limiti è stata votata il 15 luglio del 1563, nella XXIIIa sessione: "doctrina sacramento ordinis". Nel momento in cui Martin Lutero, frate agostiniano, si era ribellato alla chiesa di Roma sostenendo che non vi era nessuna differenza fra il sacerdozio dei fedeli e quello dei preti perchè tutti erano sacerdoti per la grazia del battesimo, bisognava combatterlo sostenendo la tesi contraria: i fedeli erano nulla e il sacerdote era tutto e occorreva fare tutto il possibile per evidenziare questa differenza. Questo risultato lo si poteva ottenere solo togliendo i bambini dal mondo e mettendoli al riparo in un apposito vivaio. Non è certo stato utile che i peccati di Martin Lutero erano contro l'autorità, per il fatto che aveva contestato e disubbidito, i peccati contro la castità per il fatto che aveva rinnegato i suoi voti e si era sposato con una suora. Il prete tridentino doveva essere il più possibile l'opposto del frate scomunicato tedesco.

Impianto monastico


Il difetto fondamentale dei seminari, che come idea potevano anche andar bene per dare una preparazione adeguata al sacerdote come la si dà ad altre professioni, stava nell'impianto monastico, individualista, repressivo, sospettoso e negativo e nell'ostinazione a rimanere fedeli in maniera acritica al modello del 1500, invece di aprirsi in maniera critica e intelligente ai cambiamenti radicali che si sono verificati in questi quattrocento anni che hanno rivoltato il mondo più di una volta. E' come pensare che il miglior medico sia quello che conosce e utilizza più di tutti le concezioni di Galeno, medica e maestro incontrastato fino a tutto il Rinascimento.
Il seminario è nell'istituzione ecclesiastica, ciò che nel mondo o nel "secolo" sono le scuole di partito, tenedo presente che la chiesa si fonda sul principio di autorità, tipico di tutti i sistemi dittatoriali. All'interno nessuno accerta se il sistema è buono o scarso, modificabile o immodificabile. Si va in seminario per imparare le regole del sistema , senza mettere in discussione il sistema stesso, che rimane una sorta di postulato, un fatto di fede.

venerdì 6 novembre 2009

LA FABRICHE DAI PREDIS OGGI LA SECONDA PARTE DELL'OTTAVO CAPITOLETTO

Raccogliendo le parole di Monsignor Andrea Bruno Mazzocato :"Questo è un tempo stimolante per la formazione delle coscienze...", questo blog si industria a pubblicare un capitolo al giorno del libro tutt'ora censurato da parte della curia udinese "La fabriche dai predis" di Pietrantonio Bellina. Un modo per diffondere attraverso i moderni mezzi di informazione un'opera di grande valore letterario e la retta intenzione di un uomo che mira alla verità.Le notizie di attualità occuperanno la colonnina di destra

(Traduzione G. Leonarduzzi)

SEGUE IL CAPITOLO "IL GRANDE GIORNO"


La fiducia del sacerdote


Il più generoso, ma non solo nel giorno della mia partenza è stato il mio sacerdote Guglielmo Simeoni che, nel darmi la mano e nell'augurarmi buona fortuna, ha fatto scivolare nelle mie mani e quasi di nascosto, una carta che non conoscevo, grande come un fazzoletto: erano cinquemila lire. Da quel giorno non ha mai perso l'occasione, quando andavo a salutarlo, di offrirmi il suo attestato concreto di solidarietà e di affetto. Una cosa piuttosto strana per un uomo che riusciva a mascherare ogni forma di debolezza sentimentale e che appariva senza emozioni. Forse rivedeva in me quel clima di povertà che lui stesso aveva vissuto quando era rimasto privo dell'affetto della madre e senza possibilità o forse ha trovato in me quello spirito luterano, ribelle, critico, contestatore e antisistema che anche lui possedeva. Con la differenza che lui guardava e taceva, io invece protestavo. Così lui è riuscito a compiere la lunga traversata della vita senza grandi ondate e pericoli, mentre io ho rischiato di venire travolto chissà quante volte. O perchè mi sono esposto troppo con il rischio di perdere l'equilibrio oppure perchè qualcuno mi spingeva affinchè io cadessi. Sarà per questo che provo una grande gioia quando canto il salmo 124, nella parte in cui c'è scritto: " E' certo che le acque ci avrebbero trascinati, ci avrebbero inghiottiti. E' certo che una grande massa d'acqua ci avrebbe travolti. Benedetto sia il Signore che ha impedito a noi di farci inghiottire." (v. 4-6)


Vox populi


Chissà cosa pensava la gente della mia scelta? Nessuno si è scandalizzato. Sono venuto al corrente che Maria la Nera, alla quale le avevo rovesciato un secchio d'acqua pochi giorni prima, ha detta a mia madre:" Tuo figlio andrà prete in un convento di sorelle". Un'altra santa donna, di quelle che parlano sempre sia per pregare che per rammendare, ha detto a mia madre:" Non mettere da parte il caffelatte che per mezzogiorno tuo figlio sarà già tornato è abituato ad essere libero come gli uccelli e non regge nel seminario." La più genuina anche se allora l'avevamo presa con una punta di offesa è stata Emma, che abitava proprio di fronte a noi, e dunque ci conosceva molto bene:" SE tuo figlio vuole diventare prete allora posono andare tutti i bischeri di Venzone." E' stata una profezia, poichè anche al giorno d'oggi, a distanza di mezzo secolo devo dar ragione a Emma. E' Dio che sceglie e lui sceglie chi vuole. Perchè "l'uomo guarda l'apparenza ma il Signore guarda il cuore" (1 Sam 16,7). In quel periodo il mio cuore era buono e intatto. Lo posso dire da solo anche se non lo dicono gli altri. Anzi lo dico proprio perchè gli altri non lo dicono, quelli che di solito guardano solo l'apparenza.
Mia madre, santa donna, non mi ha fatto tante raccomandazioni. Mi ha detto solo: "Cerca di farti benvolere e di non darmi dispiaceri. IO non ti costringo né ad andare né a rimanere, anche se volentieri ti terrei con me. Devi essere tu contento. Dovesse arrivare il giorno che ti trattano male o non ti trovi bene, fammelo sapere e io verrò a prenderti. Se non avrò i soldi andrò a cercarli ma ti riporterò a casa. Ringraziando Iddio, una lettera, una telefonata non è mai partita né arrivata, anche se in alcuni momenti avrei avuto più di qualche ragione per farlo. Resta il fatto che a me sembrava di non aver mai avuto, nella mia breve vita, un pensiero o una idee diversa. Mi vedevo sempre e solo prete anche se a modo mio.